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Terremoto dell’Irpinia, perché diciamo “cratere”

22/11/2020

Terremoto dell’Irpinia, perché diciamo “cratere”

Terremoto dell’Irpinia, quarant’anni dopo.

Per quarant’anni, facciamoci caso, abbiamo sempre utilizzato il termine “cratere” per definire l’area dell’epicentro di quel sisma devastante.

Una faglia di sessanta chilometri per quindici, novanta secondi di danza sfrenata che il 23 novembre 1980 stirò il territorio del Centro-Sud Italia. L’epicentro fu individuato nella Sella di Conza, il valico, a circa 700 m slm, che convenzionalmente segna il confine tra Appennino campano e lucano.

(Nella foto in alto, un’immagine di Teora, quasi completamente cancellata)

Perché, dunque, lo si chiama cratere? Il vocabolario Treccani non riporta l’ambito dei terremoti in nessuno dei significati di questo termine. Quello che si avvicina di più è “scavo a forma d’imbuto prodotto nel terreno dallo scoppio di una bomba, di un proietto di artiglieria o comunque da una carica esplosiva”.

E allora, il terremoto dell’Irpinia fu questo. Come tutti i terremoti. Un atroce boato, una deflagrazione senza precedenti, che lascia a terra un fosso, un buco.

Il sismogramma delle 19:34 del 23 novembre 1980, presso la Sala Sismica dell’INGV

A spiegare bene la genesi e l’utilizzo del termine è Generoso Picone nel suo ultimo libro, “Passaggio con rovine” (Mondadori), uscito da pochi giorni.

“Definivano cratere anche quello aperto dal terremoto del 23 novembre 1980, l’area che si irradiava dall’epicentro della Sella di Conza. Hanno continuato a usare questo termine anche per le altre devastazioni provocate da un sisma.

È un termine che dà evidentemente l’idea di una eruzione, di un boato, di uno smottamento e di un fluire travolgente di lava e detriti. Nel vocabolario di tutti gli inferni si è imposto come un approdo immediatamente impressionistico e sufficientemente esplicativo. Come la parola che condensa in sé la dimensione titanica di una lotta che si ingaggia con un mostro dalle irriferibili proporzioni, di una contesa quasi impossibile, ma che si impone e occorre ingaggiare”.

“Cratere” potrebbe quindi essere catalogato, nell’ambito delle figure retoriche, come un esempio enorme di allegoria o di metafora. Questo perché è un termine figurato che sostituisce quello proprio, a seguito di una trasposizione simbolica di immagini.

Qui tutta la programmazione Rai in ricordo della tragedia di quarant’anni fa.


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