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Giancarlo Siani, cosa resta di un sacrificio

23/09/2019

Giancarlo Siani, cosa resta di un sacrificio

Giancarlo Siani muore oggi, 34 anni fa.

A ventisei anni compiuti da quattro giorni, muore perché la camorra – basta con queste maiuscole ai nomi delle organizzazioni criminali – decide che è diventato un personaggio scomodo. Un giornalista troppo scomodo.

Giancarlo Siani sa tanto, scrive assai, rivela troppo.

Le sue inchieste per Il Mattino – da Torre Annunziata prima e dalla sede centrale di via Chiatamone poi – lo pongono sotto i riflettori. Ma quelli sbagliati.

Racconta i legami e gli attriti tra i clan Gionta, Nuvoletta, Bardellino, e finisce in un tritacarne di vendette. Il triangolo criminale è spietato. Dieci colpi da due sicari in motorino che affiancano la sua Citroen Sehari, diventata poi leggendaria, sotto casa sua, nel quartiere partenopeo dell’Arenella.

La prima pagina de Il Mattino del 24 settembre 1985

La vita e la morte di Giancarlo Siani sono note a tanti. Almeno, a tutti i suoi colleghi. Cosa lascia, trentaquattro anni più tardi, il brutale assassinio di un giornalista, punito perché faceva il proprio lavoro?

Prima di tutto, la consapevolezza e la certezza che questa professione maledettamente bella e dannatamente complicata lui la sapesse fare davvero. In un contesto difficile, in certi ambienti addirittura drammatico, com’è quello di Napoli, l’operato di Giancarlo non può non essere preso a esempio.

E difatti, l’Ordine dei Giornalisti come organismo e noi singoli colleghi sappiamo bene quale sia l’importanza e l’insegnamento che lui ha lasciato nel modo di seguire la nera e di approcciarne le dinamiche. Sappiamo bene che in certi settori del giornalismo, per scrivere devi avere più coraggio che inchiostro nel toner.

Per questo, quello che Siani ha lasciato e che il suo ricordo continua a perpetuare è la certezza del ruolo del giornalismo. Nella complessità estrema della società attuale, il ruolo del giornalista – ciascuno nel proprio ambito di competenza – è sempre più quello di cane da guardia del potere, che si oppone al ruolo di cane da compagnia.

Queste le due strade.

Nella consapevolezza piena dei rischi che correva, Giancarlo Siani è morto a soli 26 anni perché una scelta chiara aveva già saputo farla.


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