Medioevo, barba lunga e banda larga. Fort Hood e il deathainment: la morte diventa contenuto
Molti si soffermano sul fatto che la scelta del Pentagono di trasmettere in diretta l’esecuzione di Nidal Hasan sia una scelta barbara. Di sicuro è una scelta anacronistica e un clamoroso autogol comunicativo, di quelli che si studieranno sui libri alla voce “casi di anticomunicazione“.
(Immagine generata con IA)
Il 3 dicembre, salvo ripensamenti, chiunque abbia una connessione potrà assistere alla fucilazione dell’ex psichiatra dell’esercito americano, condannato a morte per la strage di Fort Hood del 2009. Tredici morti e più di trenta feriti: mai dimenticare questo dato. Ad annunciarlo è stato il Pentagono, con l’avallo della Casa Bianca. Secondo gli esperti sarebbe la prima esecuzione legale della storia trasmessa in diretta.
La morte come contenuto
Un punto va chiarito subito: Hasan non merita alcuna indulgenza. Ha ucciso a sangue freddo uomini e donne in divisa, all’interno di una base militare. Ma qui il tema non è lui. Il tema è che cosa diventa uno Stato quando decide di trasformare la morte di un uomo in un contenuto. Diventa un influencer? Un brand? Di sicuro, come avviene per tutti i tipi di contenuto, una volta pubblicato cesserà di essere di proprietà di chi l’ha realizzato e viaggerà in rete pubblicazione dopo pubblicazione. Era accaduto – forse tra i primi casi documentati – con il video rubato dell’impiccagione di Saddam Hussein (era il 2006). Un evento che doveva restare segreto, e che infatti il sistema cercò di bloccare, fermandone la diffusione. Stavolta, paradosso dei paradossi, è il sistema stesso che quelle immagini le produce, le organizza, le programma e le annuncia, come fosse la finale dei Mondiali o la notte del Super Bowl.

Immagine e assuefazione
C’è una differenza sostanziale tra un’immagine che documenta e un’immagine che viene prodotta per essere guardata. La foto di guerra, il reportage, il filmato d’archivio raccontano un fatto avvenuto. La diretta di un’esecuzione è un’altra cosa: il fatto avviene perché qualcuno lo guardi. Lo sguardo del pubblico non è più un effetto collaterale, ma è parte integrante dell’atto.
E lo è al punto tale – questo è il secondo livello della questione – che produce un effetto fondamentale: l’assuefazione. Ogni soglia superata diventa la nuova normalità. Ieri era impensabile che uno Stato mostrasse in diretta la morte di un detenuto. Domani la morte di un detenuto sarà diventato un precedente. E dopo il precedente arriverà la richiesta di replica, l’audience si aspetterà la puntata successiva, il politico misurerà il consenso in visualizzazioni. Il true crime ci ha già abituati a consumare la morte altrui come intrattenimento serale. Lo streaming di Stato toglie l’ultimo filtro, quello della distanza narrativa.
Il ritorno della piazza
Per secoli il patibolo è stato uno spettacolo pubblico: la folla, il boia, il condannato esposto come monito. La modernità giuridica ha chiuso le esecuzioni dentro le mura delle carceri, non per pudore ma per civiltà. Lo streaming riporta la piazza, e la moltiplica per milioni di schermi: è il Medioevo, con la banda larga.
La strategia dichiarata
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha spiegato che l’obiettivo è far capire che certi atti hanno conseguenze gravi. È la logica della deterrenza visiva, vecchia quanto il potere. Ma chiunque si occupi di comunicazione conosce la prima regola del mestiere: il significato di un messaggio non lo stabilisce chi lo emette, lo stabilisce chi lo riceve. E il pubblico di quel video non sarà composto solo da cittadini americani rassicurati dalla fermezza del governo.

Il martire e l’effetto boomerang
È qui che la decisione assume anche i netti contorni della miopia. La propaganda jihadista vive di immagini. Per anni governi e piattaforme digitali hanno lavorato per rimuovere dalla rete i video delle esecuzioni dell’Isis e per sottrarre ai terroristi la loro arma più efficace. Ora sarebbe uno Stato occidentale a produrne uno, con regia istituzionale e qualità broadcast.
Per le reti estremiste è un regalo insperato. C’è il plotone in uniforme, c’è il condannato musulmano, c’è il “martire” pronto per essere montato, sottotitolato e rilanciato all’infinito. Il rischio concreto è che quelle immagini funzionino da innesco. Possono risvegliare cellule dormienti, simpatizzanti isolati, lupi solitari che aspettano soltanto un pretesto per passare all’azione.
Al centro della scena ci sono i meccanismi della radicalizzazione online, che si nutrono di umiliazione percepita e desiderio di vendetta. Washington crede di mandare un messaggio di forza, e rischia invece di firmare il più efficace manifesto di reclutamento degli ultimi anni.
C’è poi un paradosso che i fautori della linea dura fingono di non vedere. Chi è disposto a morire per una causa non si lascia spaventare da una fucilazione: la cerca. La deterrenza funziona su chi ha qualcosa da perdere, non su chi coltiva il mito del sacrificio. Mostrare la morte a chi la venera non è dissuasione, è pubblicità.
E poi ci siamo noi
Infine c’è il pubblico occidentale, quello che la diretta dovrebbe rassicurare. Quel video non sparirà il 4 dicembre. Diventerà clip, screenshot, reaction, contenuto da scrollare tra una ricetta, un balletto e un video di un gol del Napoli (nel mio caso) o di qualsiasi altra squadra. La violenza genera reazioni e interazioni, dunque l’algoritmo premierà quel contenuto. È il deathainment, la normalizzazione definitiva della morte come intrattenimento. Con il bollino di Stato.
In ogni caso, Hasan, che ne trucidati tredici (mai dimenticare questo aspetto) sarà giustiziato. Resta da capire perché qualcuno dall’altra parte dell’Oceano abbia deciso di consegnare ai suoi emuli la sceneggiatura, la regia, il trailer.
È il Medioevo, con la barba lunga e la banda larga.
Immagine generata con IA
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